Articoli sulla recitazione

Testimoni di un sentire.

Non è una recensione o un articolo su “Elvira”. Riportiamo l’intervista perché è portatrice di valori che Anime Sceniche riconosce come l’unico modo di intendere l’arte della recitazione.


Riccardo Iacona incontra Toni Servillo per un’intervista che rivela idee e concetti fondamentali per un teatro che non è solo spettacolo o intrattenimento, ma testimonianza, una filosofia di vita, una chiave di lettura e di comprensione della società che ci circonda e che spinge le anime più desiderose di profondità alla ricerca, semplicemente.

Recitazione
Toni Servillo e Petra Valentini in “Elvira”

L’intervista si è tenuta subito dopo la messa in scena di “Elvira”, opera scritta da Louis Juovet, prodotto da Teatri Uniti in coproduzione con il Piccolo di Milano.

Già l’inizio della drammaturgia è di una potenza devastante: “Vi dico una cosa essenziale. Ogni volta che avete la sensazione che una cosa vi viene facile, parlo di una cosa ottenuta senza sforzo, questo non è bene. Un’esecuzione chiede sempre uno sforzo.” E poi continua con “Tu diventi banale perché la tecnica che non viene dal sentimento crea banalità, luoghi comuni, convenzioni, sciocche tradizioni. Tutto questo bisogna rifiutarlo”.

Durante l’intervista Servillo racconta come i tanti scritti lasciati da Jouvet, comprese le sette lezioni dell’opera Elvira, sono state per lui fonte di ispirazione del suo lavoro di attore e di tutto il suo modo di comprendere l’arte della recitazione e del teatro in generale.

In questo articolo riportiamo sia il video integrale dell’intervista, condiviso dal sito “Rai Play”, sia fedelmente il testo dell’intervista, nel caso in cui non sia possibile accedere al filmato, perché contiene molti aspetti su cui si poggia fortemente il concetto di TEATRO per noi di Anime Sceniche.

Intervista a Toni Servillo
Clicca sull’immagine per guardare l’intervista a Toni Servillo
Toni Servillo e Petra Valentini in “Elvira”

Servillo: ”Ha una ossessione (Jouvet, ndr) a lavorare all’interno del personaggio, nascondendosi nel personaggio, e questo contiene non soltanto un insegnamento di natura tecnica. Secondo me anche un atteggiamento morale, cioè, è uno che ritiene che il teatro sia quella occasione straordinaria che ci aiuta a orientarci nella vita. Sale sul palcoscenico in realtà un’immagine di noi stessi, che noi riconosciamo, attraverso il lavoro di attori come Jouvet che si mettono al servizio del testo, nascondendosi. Io credo che, soprattutto oggi, si ha la sensazione, questo è un altro insegnamento che viene da Jouvet, che questo mestiere sia un po’ prostituito, che sia affidato all’effimero talento, a qualche qualità che si ha di natura funambolica e non sia invece qualche cosa che mette in gioco sé stessi per perdersi nel mare di questa avventura che è quotidiana, che è fatta di fatica, che è fatta di esercizio quotidiano, non legato all’ecletticità del funambolo”.

E poi continua Servillo: “Il Talento non basta. Un altro pensiero di Jouvet che io, come dire, ho fatto mio. Jouvet è come se considerasse l’attore delegato dal pubblico a testimoniare i valori del testo, per rimetterli in circolo”.

Iacona: ”Lei ha anche detto che gli attori, quando si misurano con un testo, si confrontano con un materiale poetico e devono diventare essi stessi poesia vivente”.

Servillo: “Non tutti naturalmente. È il caso di Jouvet, è il caso di Eduardo De Filippo, per parlare di due che mi sono particolarmente cari, cioè di persone che attraverso l’esercizio nobile di questo mestiere, come i poeti, ci offrono una loro idea dello stare al mondo. È proprio un’idea morale dello stare al mondo. Qui Jouvet a un certo punto dice a questi giovani ragazzi – Voi avrete capito qualche cosa il giorno in cui avrete avuto questa rivelazione interiore di ciò che siete in relazione a ciò che fate – Non siamo più nel territorio del teatro quando si arriva alla qualità di queste riflessioni, siamo nella zona della moralità. Quanto oggi si vorrebbe che chi esercita una professione somigliasse a quello che è e quanto invece non è vero. È curioso che il teatro, che è l’arte del travestimento, nella poetica di questi grandi attori invece è qualche cosa dove attraverso il massimo della finzione si cerca il massimo dell’autenticità”.

Francesco Marino, Davide Cirri in “Elvira”

Iacona: “Devo dire che questo spettacolo ti fa venire la voglia di fare l’attore, anche a chi l’attore non lo fa, per questa completa adesione tra intenzione, cuore e sentimento”.

Servillo: ”Quello che affascina è questa capacità, non trovo un’altra parola, di spesa, di spendersi”.

Iacona: “E’ quasi un invito a lavorare bene anche se fai il panettiere, anche se fai il pizzaiolo, c’è anche questo dietro?”

Servillo: ”Io direi proprio di sì. La ragione per cui lo spettacolo non è stato vissuto come uno spettacolo di noiosa esibizione tecnica. Ciascuno nell’esercizio del proprio mestiere, nella relazione che ha con il proprio mestiere, in quanto spende di sé stesso nel proprio mestiere, e quindi in questo modo si racconta nel suo stare al mondo, può trovare nell’avventura di queste sette lezioni qualche cosa che simbolicamente gli parla. Già questa richiesta di aderenza tra ciò che si è e ciò che si fa vale per chiunque, magistrato, panettiere, calciatore.”

Iacona: ”E anche questa battaglia contro questa la banalità, no? la mediocrità, a cominciare dall’apertura straordinaria in cui si dice se non soffri vuol dire che la scena è venuta male”.

Da qui in avanti Servillo parla di Dedizione e del Valore del fallimento

Servillo: ”Più che soffrire, se non c’è sforzo. Quando io parlo di spesa mi riferisco al fatto che uno mette in campo totalmente sé stesso. Deve far male. Se tu fai bene un esercizio poi i muscoli ti fanno male. Il teatro deve far male. Sempre in termini di dedizione. Lei prima sottolineava il fatto che queste lezioni durano cinque mesi. È molto importante pensare che ci sia un tempo che prevede una cura con cui ci sia avvicina a qualcosa che si fa, per farla bene, per farla nel miglior modo possibile e con senso di responsabilità. Questo tempo che ci si prende a disposizione, questa cura che ci si mette, prendendosi questo tempo e spendendosi in questo tempo, mi sembra che sia quasi eretico oggi dove invece il risultato deve essere molto rapido, molto veloce, e si mette molto spesso nei ragazzi l’angoscia del risultato perché deve arrivare subito altrimenti sei fallito. Un altro grande insegnamento di questa relazione tra maestro e allieva prevede il valore del fallimento. Questa ricerca appassionata che hanno questi due personaggi è che sono continuamente nella trepidazione di non riuscire ad ottenere il risultato. Lei immagini quanto invece oggi il fallimento sia vissuto da un ragazzo come qualche cosa di irreparabile non invece come un momento di crescita. Bisogna fallire per capire che poi si possono aprire delle strade per ottenere dei risultati. E invece no, bisogna per forza avere il risultato perché il modello è quello vincente. Non solo, i modelli si sono abbassati in modo che imperi una sorta di mediocrità. Se il modello è mediocre e tutti possiamo arrivarci, naturalmente la qualità di ciò che circola, sul piano delle idee è basica. C’è il rischio che si riduca tutto in burletta e anche, soprattutto, ahimè, in tragico spettacolo, spettacolo di una finta disperazione, spettacolo di una falsa ambizione. Si dà l’impressione che sia più importante essere leoni per un giorno. Questo analfabetismo sentimentale, ma anche culturale, è piuttosto evidente. Il teatro si oppone a tutto ciò intanto perché mette al centro una qualità della parola che è tale perché è necessaria. A teatro non si parla inutilmente e le parole che si dicono sono scelte da chi le scrive con molta determinazione. Il teatro è l’opposto delle parole come rumore perché la parola a teatro nasce da una necessità che presuppone un silenzio. Prima non c’era niente da dire ora c’è qualcosa che è necessario dire. Ma poi il teatro, in un periodo in cui c’è una sorta di ipertrofia dell’Io, declina in noi. Il teatro accantona un po’ l’io e cerca il dialogo, alla base del teatro c’è il dialogo. Immagini che importanza fondamentale ha dal punto di vista della civiltà.

L’intervista si conclude sottolineando la tendenza del nostro paese a considerare gli investimenti nella cultura come una noiosa voce di spesa e con alcune anticipazione sui prossimi lavori di Servillo.

Terminiamo con un meraviglioso frammento della drammaturgia, estremamente indicativo del nostro lavoro in aula:

“Quello che io ti chiedo ora è di tirare fuori le viscere come si dice volgarmente, fare a pezzi il tuo cuore, entrare in Elvira e mostrarci quello che c’è dentro di lei”.

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