Il diritto di stare sul palco

Il diritto di stare sul palco

Non hai il diritto di stare su un palcoscenico se non conosci la vita umana meglio del pubblico che ti viene a vedere“.

Durante le nostre lezioni questa frase è ricorrente. A teatro l’attore, nel recitare, fa un dono al suo pubblico: gli permette di sentire quello che desidera in quelle due ore di spettacolo, diversamente di quanto probabilmente può permettersi di fare durante la sua giornata. L’attore dona autentica vita creativa allo spettatore.

Ma cos’è la vita? O, meglio, cosa intendiamo noi per vita? Di cosa è fatta la vita?

Il significato di “vita” può avere essere contestualizzato in un’infinità di modi. Quello di cui ci occupiamo noi, e a cui evidentemente ci riferiamo, è quello delle emozioni: lo stato psichico affettivo come risultato di una nostra reazione a percezioni o rappresentazioni che alterano il nostro equilibrio.

Ma come avvengono queste reazioni, in che modo, con quali processi? Cosa accade dentro di noi? Sono questi gli aspetti che un attore deve necessariamente conoscere, saper gestire, saper vivere senza ostacoli. È questo quello che intendiamo con “conoscere la vita” meglio del pubblico che ti viene a vedere. Esperire i meccanismi dell’animo umano per diventare consapevoli di come le emozioni nascono e di quali sono le nostre conseguenti reazioni.

Sì perché nella vita di tutti i giorni veniamo costantemente portati a reprimere le nostre vulnerabilità, lo diciamo sempre, ad agire seguendo il nostro istinto solo quando questo è accettabile socialmente. Questo avviene perché abbiamo timore di essere male etichettati perché qualcosa ci piace oppure no.
Tutto questo si cronicizza dentro di noi e ci porta a giudicarci, proprio come la società farebbe con noi; diventiamo “ragionevoli” con qualunque emozione. Siamo misurati: felici, sì, ma fino a un certo punto perché non voglio apparire ridicolo; arrabbiato sì, ma non esageriamo. Tutto avviene “con moderazione”.

Questo è il motivo per cui un allievo che si avvicina per la prima volta all’allestimento di un’opera teatrale fa molto molta fatica, prima di ogni altra cosa, ad andare in profondità, a vivere fino in fondo le emozioni che scorrono nel dramma.

Quando si impara a recitare, “gestire lo spazio”, “portare la voce”, “articolare con il linguaggio”, “non dare le spalle al pubblico”, ecc…, sono tutti aspetti importanti ma che, con un po’ di pazienza e di impegno, si apprendono.
Le emozioni, il loro libero fluire, invece, sono un altro paio di maniche.

L’attore alla prima esperienza giudica il proprio modo di sentire e a volte succede di peggio: ha paura di ciò che sente veramente nel qui e ora.

Se ci sentiamo troppo felici temiamo di apparire ridicoli, se ci sentiamo troppo disperati abbiamo paura di apparire patetici. Se proviamo attrazione ci sentiamo in colpa perché siamo sposati o fidanzati e temiamo che questo possa avere implicazioni di qualche tipo.

Tutto questo è nemico della recitazione. Quando si recita non si è felici, tristi, disperati, arrabbiati, eccitati in modo ragionevole. A teatro non esiste moderazione, si è quello che si è, nel qui e ora, al cento per centro.

Per arrivare a questo stato di totale libertà emotiva è necessario un training che sia in assoluto contrasto con ciò che è il nostro abituale modo di vivere, perché ciò che è il nostro abituale modo di vivere non ha nulla a che vedere con ciò che siamo noi.

La vita ci educa alla reazione “moderata”. Il teatro ci educa alla reazione e basta.